Egloo: riscaldare un ambiente con tre candele

Esiste un modo per riscaldare gli ambienti e allo stesso tempo renderli più accoglienti, grazie alla luce calda che solo le candele sanno sprigionare. Prendi un contenitore di design in terracotta, dei bastoncini di legno, dell’acqua e della cera ed inizia la magia. Il progetto, ideato da Marco Zagaria, designer pugliese formatosi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, e lanciato oggi su Kickstarter, si chiama Egloo ed è in cerca di fondi per essere commercializzato.

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Perché scegliere un imbottito naturale: caratteristiche delle sedute imbottite

Quali sono le caratteristiche di un imbottito naturale? Quali sono le caratteristiche che dovremmo considerare davvero imprescindibili quando acquistiamo un divano o una seduta imbottita?Naturale è un aggettivo di per sé rassicurante, richiama immediatamente a un che di immodificato, grezzo e puro: tali caratteristiche quando si associa questo aggettivo ad un prodotto, devono implicitamente testimoniare le sue qualità intrinseche.

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Upcycling per l’arredamento ecologico

L’upcycling è una strategia ecosostenibile per dare nuova vita utile ai rifiuti. Da lattine, residui di plastica, anche cellulari obsoleti si possono ricavare oggetti per un arredamento ecologico. Un giovane team britannico ha fondato una startup chiamata Pentatoniccon l’obiettivo di attivare un’economia di tipo circolare, in cui i prodotti abbiano una seconda vita dopo la loro dismissione. 

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L’antico mestiere del fabbro e l’artigianalità del ferro battuto

Omero lo descrive come un uomo brutto, con un cattivo carattere, ma una grande forza e la capacità di produrre oggetti in ferro di un’ineguagliabile perfezione. È Efesto, Dio del fuoco adorato ad Atene e in tutte le città della Grecia in cui fossero praticate attività artigianali. Secondo la mitologia la sua fucina si trovava nelle viscere dell’Etna, di cui ne arrossava la cima.

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Gioielli d’artista: l’ispirazione viene dalla Natura

Originalità, artigianalità e qualità caratterizzano le opere di Pasqualina Tripodi in arte Pasly. Maestra orafa di professione, Pasly è un’artista fortemente legata alla sua terra natia, la Calabria, da dove tutto inizia e dove la sua avventura continua ad alimentarsi di nuove ispirazioni che vengono dalla natura e da una smaniosa creatività con cui dà vita a gioielli unici.

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L’arte della tessitura italiana

L’industria tessile italiana ha una storia che affonda le proprie radici nel Medioevo. Già nel tardo Medioevo infatti, la supremazia dell’Italia nell’arte della tessitura era riconosciuta in tutta Europa. Tra il 15° e il 19° secolo la crescita dell’industria tessile di Francia, Inghilterra ed altri paesi europei ha fatto perdere mercato alla produzione italiana, che si è risollevata, dando nuova ricchezza al comparto, nel 20° secolo quando soprattutto l’industria del cotone ha conosciuto la sua massima prosperità.

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Fast fashion: l’impatto ambientale della moda

Il settore della moda e del tessile rappresenta la seconda industria più inquinante del mondo, seconda soltanto a quella del petrolio (Fonte: Europe in the World: The garment, textiles & fashion industry). Dall’acquisizione delle materie prime, passando per la produzione tessile, per arrivare allo smaltimento del prodotto, l’impatto ambientale della fast fashion e del ciclo produttivo dei prodotti della moda è molto alto.

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Camere da letto in stile giapponese: come creare un’atmosfera zen

Arredare una casa in stile zen non è solo una tendenza che si è affermata negli ultimi anni, ma è espressione di una secolare attenzione a ricercare l’armonia all’interno dello spazio abitativo. Essenziale, pulito, equilibrato, l’arredamento zen permette di creare un’atmosfera a misura d’uomo, che segue i ritmi della natura ispirandosi ai principi del Feng Shui e alla cultura orientale. Per chi volesse arredare casa secondo questo stile, la scelta di un arredamento giapponese può aiutare a coniugare il proprio gusto estetico con le caratteristiche della filosofia zen.

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Decorare le pareti con le matite colorate

Se le pareti bianche vi annoiano e volete decorarle con un tocco di allegria, basta che vi lasciate ispirare dalla fantasia e da qualche spunto web: giganteschi origami di carta, legni, tessuti e pannelli sagomati possono trasformare radicalmente gli interni con la possibilità di rimuoverli facilmente. È possibile abbellire angoli o piccole zone, separando così vari ambienti, ma anche creare enormi e superbe installazioni che occupano intere pareti e soffitti. Suggeriamo due progetti molto originali in cui sono utilizzate semplici matite colorate: nel primo caso sono disposte secondo un sofisticato pattern, nel secondo sono semplicemente ordinate per tonalità.

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Chi ha inventato le lampade a LED?

Le lampade a LED hanno soppiantato le tradizionali lampadine ad incandescenza invadendo le nostre case e diventando uno degli oggetti più diffusi, eppure non tutti conoscono chi ha inventato questi apparecchi, nè la loro storia lunga mezzo secolo. Dalle prime sperimentazioni al premio Nobel per la Fisica del 2014, i LED hanno dominato il mondo dell’elettronica e rivoluzionato il modo di portare luce nelle nostre case.

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Gli inventori delle lampade LED premi Nobel per la Fisica

Alessandro Volta ha inventato la pila, a Gugliemo Marconi si deve il primo telegrafo senza fili, la macchina a vapore -senza la quale non ci sarebbe stata la Rivoluzione Industriale- è figlia dell’ingegnere scozzese James Watt, la lampadina ad incandescenza fu inventata da Thomas Edison nel 1878. E le lampade a LED? Grazie alla loro resa energetica, i LED, ovvero Light Emitting Diode (diodi ad emissione di luce) hanno invaso le nostre abitazioni attraverso gli oggetti di uso quotidiano, dagli elettrodomestici agli apparecchi illuminanti, sostituendosi alle vecchie lampadine ad incandescenza che avevano monopolizzato il mercato per oltre un secolo.

Il primo LED fu inventato dallo statunitense Nick Holonyak Jr nel 1962 durante una collaborazione con la General Electric. È quest’uomo, ricercatore e docente dell’Università dell’Illinois, ad aver studiato e sviluppato tutte le potenzialità dei semiconduttori sfruttati dai dispositivi optoelettronici come i LED, che negli anni ’60 esistevano solo nella loro versione rossa e, successivamente, verde. Variando la tensione tra lo strato di elettroni (lo strato n) e lo strato delle lacune (lo strato p), gli elettroni si combinano con queste emettendo fotoni, la cui frequenza determina il colore della luce.

La luce bianca e brillante che oggi illumina le nostre stanze con un click dell’interruttore è stata inventata nei primi anni ’90 ed è frutto degli studi di tre fisici giapponesi, Isamu Akasaki, Hiroshi Amano and Shuji Nakamura, che hanno prodotto il primo fascio di luce blu dai semiconduttori, innescando una trasformazione fondamentale per la tecnologia dell’illuminazione.

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Nonostante i notevoli sforzi, sia nella comunità scientifica che nel settore industriale, il LED blu era rimasto una sfida per decenni, ma grazie alla scoperta giapponese, i diodi rossi e verdi potevano finalmente essere impiegati con la luce blu per creare lampade a luce bianca.
La scoperta del LED a luce blu ha richiesto oltre trent’anni di impegno nella ricerca del semiconduttore adatto (cristalli di nitruro di gallio) a liberare la giusta frequenza di fotoni e questo è bastato per ritenere la ricerca di Akasaki-Amano-Nakamura meritevole del premio Nobel per la Fisica 2014.

L’impatto della scoperta del LED a luce blu

Lampadine ad incandescenza hanno illuminato il XX secolo; il XXI secolo sarà illuminato da lampade a LED. In appena 20 anni dalla sua scoperta, il LED a luce blu ha contribuito a cambiare e migliorare il modo di portare la luce nelle nostre case assecondando la necessità di risparmio energetico e la svolta “green” della ricerca nel campo dell’illuminotecnica. Le lampade LED emettono luce bianca, sono energeticamente più efficienti delle obsolete lampadine a bulbo e durano di più. Questa tecnologia viene costantemente implementata in termini di efficienza e questo si comprende comparando i più recenti dati disponibili sulle lampade LED con quelli relativi alle luci fluorescenti e a bulbi incandescenti: una lampada a LED fornisce 300 lumen/Watt contro i 16 lumen/Watt delle normali lampadine ad incandescenza e i 70 lumen/Watt della lampadine fluorescenti.

Ragionando in termini di consumi e durata, l’efficienza delle nuove lampade è indiscutibile. Una lampada LED dura fino a 100.000 ore (ovvero può rimanere accesa 24 ore su 24 per ben 12 anni), le lampadine fluorescenti 10.000 ore, le lampadine ad incandescenza solo 1.000 ore. Considerando che un quarto del consumo mondiale di energia elettrica è imputabile all’illuminazione, i LED si riconfermano una risorsa importante per risparmiare energia e salvare il pianeta.

Aziende come ZR Impianti si occupano di realizzare impianti di illuminazione LED e progetti di illuminotecnica garantendo un’elevata efficienza luminosa, una ridotta produzione di calore e una durata media elevata degli apparecchi illuminanti per interni ed esterni, abbattendo così i costi di manutenzione e garantendo un ritorno dell’investimento iniziale in pochi mesi. 

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La corda nel design di interni: funi di iuta per separè e controsoffitti

Sintetica, naturale e colorata, la corda rallegra ambienti interni e giardini con insoliti abbinamenti ed effetti sorprendenti. Adatta sia per gli interni dal design più elegante che in stile shabby chic, si presta perfettamente a rivestire qualsiasi complemento d’arredo: cornici, specchi, altalene, mensole e divani. Come protagonista assoluta, le funi di iuta possono definire separé per sfilate di moda e per laboratori open space, controsoffitti di negozi e ristoranti.

IL VIMINI E L’ARTE DELL’INTRECCIO

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La corda è amata dagli arredatori “faidate“, dai designer e da tantissime aziende di divani, lampadari e arredi per la casa, perché capace di stupire per la semplicità e la sua bellezza sperimentale. Sfruttando l’intreccio di fibre naturali o sintetiche e la possibilità di comporre tessiture tridimensionali con colori diversi, con le funi di iuta gli effetti sono sempre sorprendenti e originali.

Tende e separé di corda

Massimo impatto con minimo sforzo: sono le schermature fatte con funi e supporti lignei, da associare anche a tende vegetali fatte con piante rampicanti per soluzioni temporanee dall’effetto leggero e naturale.

Shelly Leer di ModHomeEc suddivide il suo negozio/studio a Indianapolis con corde distanziate, per distinguere le aree “private”, come la sala d’attesa e l’ufficio, dalle zone di lavoro, ovvero l’area stoccaggio e per gli utensili e il laboratorio per studenti. La soluzione alternativa di iuta è perfetta per vari motivi: mantenere un budget basso (il locale è anche in affitto), e perché pareti tradizionali avrebbero creato ambienti piccoli e bui. Decide, perciò, di suddividere l’ampio open space con cortine di funi su supporti lignei, che lasciano passare luce e danno piena visibilità a tutto lo spazio. Un altro grande vantaggio è, inoltre, che la “texture” calda contrasta il freddo e duro ambiente industrial. Il processo di design e realizzazione è piuttosto semplice, ma un po’ laborioso: sono fissati listelli di legno su misura sul pavimento e soffitto, con fori equidistanti in cui inserire le funi. Infilate nella parte superiore e legate in basso, sono in tensione grazie ai nodi all’estremità, che rimangono però nascosti all´interno dei telai.

caption: Shelly Leer, The Brick House

caption: Rope Room, Studio Gangs Architects

caption: Shadow Lands, Gloss Creative, foto di Rocket Mattler

caption: Shadow Lands, Gloss Creative, foto di Rocket Mattler

Idea simile è realizzata da Alwill Studio a Sidney, con l’unica differenza che le corde sono legate ad un supporto sul soffitto e scendono liberamente. Più sofisticate, invece, le soluzioni degli studi Gang Architects e di Gloss Creative che utilizzano forme circolari e illuminazioni variabili. Di grande effetto l’allestimento Shadow Lands” realizzato in occasione di una sfilata di moda nel 2013.

caption: Ristorante Odessa, YOD Design Lab

caption: Heavybit Industries, IwamotoScott Architecture

caption: A sinistra, Ufficio Alwill Studio; a destra, Ufficio Harrison Grierson, disegnato da Conrad Gargett, Riddel Ancher, Mortlock Woolley

Controsoffitti e intrecci orizzontali in corda

Corde colorate ed intrecciate sono appese in ristoranti e negozi di lusso, per sostenere bulbi di lampade o creare piccole alcove per i clienti. Ideati come allestimenti creativi, rappresentano una seconda pelle”, caotica o regolare per caratterizzare soffitti piani e noiosi.

caption: A sinistra, Ristorante Gochi, Mim Design; a destra, Pakta, El Equipo Creativo, foto di Adrià Goula

caption: A sinistra, Il Tavolo del contadino,Taylor Robinson, foto di Acorn; a destra, Media Storm, foto di Bjorg Magnea

caption: Ristorante Odessa, YOD Design Lab

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caption: Studio Wieki Somers, Merry-Go-Round Coat Rack

Un’esplosione di allegria e suggestive atmosfere per il ristorante “Pakta”, in cui soffitti e divisori tra i tavoli sono caratterizzati da enormi telai che tendono fili colorati.

“Pakta” in lingua peruviana significa unione di due culture”, ed in fatti il ristorante rappresenta la fusione di due gastronomie e di due stili architettonici, giapponese e peruviano. L’atelier El Equipo Creativo progetta il bar, la cucina e gli arredi con un chiaro riferimento alle tradizionali taverne giapponesi, rallegrandone l’austerità con grandi supporti per le corde. I tradizionali telai di tessitura peruviani sono meccanismi in legno dove si intrecciano fili colorati in varie direzioni, utilizzati dai progettisti per creare uno spazio tridimensionale stravagante. Utilizzando tre diversi tipi di sezioni trasversali, insieme ad alcuni pezzi disposti longitudinalmente, i telai abbracciano lo spazio creando un ritmo colorato e cangiante”, spiega il collettivo spagnolo specializzato in attività commerciali e gastronomicheLa re-interpretazione degli elementi tradizionali più rappresentativi delle due culture ha definito una soluzione visivamente potente ma equilibrata, mentre l´illuminazione curata da BMLD Lighting Design vuole focalizzare l’attenzione sui piatti e sfruttare la penombra di alcuni telai.

caption: Pakta, El Equipo Creativo, foto di Adrià Goula

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Il progetto degli elementi di arredo urbano nello spazio pubblico

Gli arredi urbani puntellano le nostre città. Elementi di design o oggetti puramente funzionali, senza di essi lo spazio pubblico sarebbe più povero, spoglio e meno vivibile rispetto alle necessità dei cittadini. È questo uno dei motivi per cui il progetto della città deve avere un occhio di riguardo anche per la qualità delle sedute o il funzionamento dei dissuasori per l’ottimizzazione della viabilità.

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La progettazione dello spazio pubblico, nella città storica consolidata e in quella contemporanea di recente espansione, è costantemente oggetto di studio da parte dei progettisti, intenti a misurarsi con la frequente necessità di interventi che adeguino gli spazi urbani al gusto di chi quegli spazi li governa e li vive anche attraverso gli arredi. La stessa fruizione degli spazi aperti da parte dei cittadini può mutare e piegarsi alle scelte progettuali, e talvolta essere compromessa da lavori o elementi che non hanno risposto a precisi requisiti.
Da qui la necessità di compiere scelte lungimiranti sul futuro dei nostri quartieri e che rispondano ad un preciso progetto di immagine della città, sia che si parli di edifici che in tema di arredi urbani.

Elementi dell’arredo urbano tra tradizione e innovazione

Con il termine “arredo urbano” si indica una serie vasta e variegata di dispositivi che, dalle panchine alle buchette postali, svolgono funzioni precise all’interno dello spazio pubblico. Troppo spesso trattati come semplici oggetti da posizionare agli angoli delle strade, questi elementi possono (e devono) essere occasione di riflessione di progetto per gli architetti che hanno la possibilità di ridisegnare porzioni di città. 
Cestini, lampioni, dissuasori, persino cabine telefoniche, se ben scelti e progettati possono arricchire lo spazio cittadino anziché banalizzarlo: le cabine rosse di Londra sono un perfetto esempio di come un elemento di arredo sia diventato simbolo della città.

Nell’ultimo secolo i momenti di creatività si sono moltiplicati insieme alla necessità di comunicare informazioni ai cittadini ed ecco cartelloni pubblicitari, semafori, bacheche e tabelloni informativi a LED spuntare come funghi, talvolta seguendo fedelmente una precisa linea grafica di progetto, altre volte rispondendo ad una necessità emersa all’improvviso e velocemente risolta.

Lo spazio pubblico non è solo un grande contenitore di attività per il terziario ed il tempo libero, ma uno spazio collettivo che va attrezzato per accogliere ogni attività. Recenti interventi di rigenerazione urbana possono fornirci esempi di come si possa riprogettare l’ambiente urbano con arredi del tutto originali.

Nel cuore di Copenhagen Bjarke Ingels Group, assieme ai paesaggisti Topotek1 e al collettivo Superflex, ha realizzato Superkilen, un parco pubblico di 30.000 mq commissionato dal Comune pensato per rappresentare al suo interno ben 57 comunità etniche. Colori diversi contraddistinguono le aree del parco dove, tra alberi e piste ciclabili, è possibile parcheggiare le bici nelle rastrelliere provenienti dalla Norvegia, o giocare a scacchi sui tavoli da gioco arrivati da Brasile e Belgio.

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Diversa ambientazione per il progetto dello studio RS+ che sul lago di Paprocany, in Polonia, interviene con un progetto di rigenerazione urbana e valorizzazione paesaggistica del lungolago. Una promenade in legno si snoda lungo la riva del lago polacco dove, con materiali diversi e adatti ai luoghi, si delineano aree pedonali, ciclabili, aree attrezzate per gli allenamenti sportivi e le attività ludiche dei più piccoli. Per le aree pedonali sono impiegate panchine e ringhiere in materiale resinoso, mentre per la palestra all’aperto sono stati utilizzati degli inerti minerali granulosi. Infine luci LED illuminano i percorsi di notte.

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Con le nuove tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili possiamo definire come arredi urbani anche alcune soluzioni green, come le pensiline fotovoltaiche per l’attesa dei bus realizzate da City Design, le postazioni urbane per l’alimentazione dei dispositivi elettronici o gli alberi eolici costituiti da microturbine al posto delle foglie.
E che questi elementi di arredo urbano siano costantemente in aggiornamento lo dimostrano anche le nuove cabine telefoniche londinesi, non più rosse ma verdissime dentro e fuori. Le nuove green cabs si chiameranno SolarBox e non conterranno più un telefono pubblico, bensì una postazione per ricaricare fino a 4 smartphone.

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Il progetto degli elementi di arredo urbano nello spazio pubblico

Gli arredi urbani puntellano le nostre città. Elementi di design o oggetti puramente funzionali, senza di essi lo spazio pubblico sarebbe più povero, spoglio e meno vivibile rispetto alle necessità dei cittadini. È questo uno dei motivi per cui il progetto della città deve avere un occhio di riguardo anche per la qualità delle sedute o il funzionamento dei dissuasori per l’ottimizzazione della viabilità.

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La progettazione dello spazio pubblico, nella città storica consolidata e in quella contemporanea di recente espansione, è costantemente oggetto di studio da parte dei progettisti, intenti a misurarsi con la frequente necessità di interventi che adeguino gli spazi urbani al gusto di chi quegli spazi li governa e li vive anche attraverso gli arredi. La stessa fruizione degli spazi aperti da parte dei cittadini può mutare e piegarsi alle scelte progettuali, e talvolta essere compromessa da lavori o elementi che non hanno risposto a precisi requisiti.
Da qui la necessità di compiere scelte lungimiranti sul futuro dei nostri quartieri e che rispondano ad un preciso progetto di immagine della città, sia che si parli di edifici che in tema di arredi urbani.

Elementi dell’arredo urbano tra tradizione e innovazione

Con il termine “arredo urbano” si indica una serie vasta e variegata di dispositivi che, dalle panchine alle buchette postali, svolgono funzioni precise all’interno dello spazio pubblico. Troppo spesso trattati come semplici oggetti da posizionare agli angoli delle strade, questi elementi possono (e devono) essere occasione di riflessione di progetto per gli architetti che hanno la possibilità di ridisegnare porzioni di città. 
Cestini, lampioni, dissuasori, persino cabine telefoniche, se ben scelti e progettati possono arricchire lo spazio cittadino anziché banalizzarlo: le cabine rosse di Londra sono un perfetto esempio di come un elemento di arredo sia diventato simbolo della città.

Nell’ultimo secolo i momenti di creatività si sono moltiplicati insieme alla necessità di comunicare informazioni ai cittadini ed ecco cartelloni pubblicitari, semafori, bacheche e tabelloni informativi a LED spuntare come funghi, talvolta seguendo fedelmente una precisa linea grafica di progetto, altre volte rispondendo ad una necessità emersa all’improvviso e velocemente risolta.

Lo spazio pubblico non è solo un grande contenitore di attività per il terziario ed il tempo libero, ma uno spazio collettivo che va attrezzato per accogliere ogni attività. Recenti interventi di rigenerazione urbana possono fornirci esempi di come si possa riprogettare l’ambiente urbano con arredi del tutto originali.

Nel cuore di Copenhagen Bjarke Ingels Group, assieme ai paesaggisti Topotek1 e al collettivo Superflex, ha realizzato Superkilen, un parco pubblico di 30.000 mq commissionato dal Comune pensato per rappresentare al suo interno ben 57 comunità etniche. Colori diversi contraddistinguono le aree del parco dove, tra alberi e piste ciclabili, è possibile parcheggiare le bici nelle rastrelliere provenienti dalla Norvegia, o giocare a scacchi sui tavoli da gioco arrivati da Brasile e Belgio.

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Diversa ambientazione per il progetto dello studio RS+ che sul lago di Paprocany, in Polonia, interviene con un progetto di rigenerazione urbana e valorizzazione paesaggistica del lungolago. Una promenade in legno si snoda lungo la riva del lago polacco dove, con materiali diversi e adatti ai luoghi, si delineano aree pedonali, ciclabili, aree attrezzate per gli allenamenti sportivi e le attività ludiche dei più piccoli. Per le aree pedonali sono impiegate panchine e ringhiere in materiale resinoso, mentre per la palestra all’aperto sono stati utilizzati degli inerti minerali granulosi. Infine luci LED illuminano i percorsi di notte.

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Con le nuove tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili possiamo definire come arredi urbani anche alcune soluzioni green, come le pensiline fotovoltaiche per l’attesa dei bus realizzate da City Design, le postazioni urbane per l’alimentazione dei dispositivi elettronici o gli alberi eolici costituiti da microturbine al posto delle foglie.
E che questi elementi di arredo urbano siano costantemente in aggiornamento lo dimostrano anche le nuove cabine telefoniche londinesi, non più rosse ma verdissime dentro e fuori. Le nuove green cabs si chiameranno SolarBox e non conterranno più un telefono pubblico, bensì una postazione per ricaricare fino a 4 smartphone.

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Un bar in pallet: tributo alla tradizione artigiana

Quando nel settembre 2013 Luca Scardulla e Federico Robbiano hanno deciso di fondare lo studio scardulla&robbiano_ArchitecturLab (llab) i due giovani si sono ispirati alle parole dell’architetto cinese Wang Shu: “Prima di essere architetto sii falegname“. È nato così non un semplice studio ma un vero e proprio laboratorio, un luogo in cui progetti di falegnameria vengono seguiti dalla fase di ideazione fino alla vera e propria realizzazione.

Fiore all’occhiello di questa architettura del “fare”, come la amano definire i due progettisti, è un locale commerciale nato dai pallet: il bar La Strega a Fidenza.

ARREDI A COSTO ZERO CON I PALLET

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Il bar in pallet: la sfida

Quello del bar La Strega è un intervento di riqualificazione volto a coniugare le esigenze funzionali dettate dalla committenza con la ricerca di una nuova qualità spaziale in un ambiente preesistente fortemente connotato da una geometria stretta e lunga. L’apparente punto debole, dato dalla conformazione planimetrica, viene trasformato nel punto di forza di un progetto che mira, attraverso la creazione di un cono visivo, ad enfatizzare la profondità dell’ambiente in cui insiste.

A tal fine una successione di nastri funzionali scandiscono lo spazio perpendicolarmente alla direzione prevalente accompagnando lo sguardo del cliente entrante verso il fondo del locale, fino alla finestra che affaccia sul cortile esterno.

I tavolini rappresentano gli elementi terminali di tali “costole” le cui doghe lignee percorrono in maniera continua pareti e soffitto discostandosene solo in specifici punti per lasciare spazio a vani luce che conferiscono ulteriore enfasi all’ambiente; i 19 mm di distanza tra una doga e l’altra (tutte di larghezza costante pari a 55 cm) fanno da supporto agli elementi di arredo, sia fissi che mobili, e donano una certa flessibilità a un progetto dominato dal rigore geometrico.

Elementi architettonici indispensabili ai fini dell’articolazione spaziale, le pareti attrezzabili acquistano così un valore anche funzionale, fondamentale per la tipologia del locale.

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Il legno dei pallet come elemento unificatore

Le tre diverse sezioni del bar (desk, stand-up e dining) vengono declinate con altrettanti linguaggi spaziali, differenti per dimensioni, funzione ed ambientazione, ma uniti da un unico filo conduttore: il legno.

L’intervento è infatti quasi interamente realizzato con il legno di recupero dei bancali, circa 70, provenienti da aziende locali: una scelta emozionale, un rifiuto dello stile industriale per sottolineare la natura artigianale dei prodotti serviti ma anche un tributo all’intero territorio, alla sua economia e alla sua sensibilità nei confronti dell’ambiente.

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Trattato in modo da conservare orgogliosamente i segni del tempo, testimonianza della natura viva del materiale, ogni elemento è stato realizzato a mano da llab, in estrema coerenza con la scelta dei progettisti di essere architetti-falegnami: dopo tutto un’opera “non si realizza con le idee, ma con le mani”. (Pablo Picasso)

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Un bar in pallet: tributo alla tradizione artigiana

Quando nel settembre 2013 Luca Scardulla e Federico Robbiano hanno deciso di fondare lo studio scardulla&robbiano_ArchitecturLab (llab) i due giovani si sono ispirati alle parole dell’architetto cinese Wang Shu: “Prima di essere architetto sii falegname“. È nato così non un semplice studio ma un vero e proprio laboratorio, un luogo in cui progetti di falegnameria vengono seguiti dalla fase di ideazione fino alla vera e propria realizzazione.

Fiore all’occhiello di questa architettura del “fare”, come la amano definire i due progettisti, è un locale commerciale nato dai pallet: il bar La Strega a Fidenza.

ARREDI A COSTO ZERO CON I PALLET

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Il bar in pallet: la sfida

Quello del bar La Strega è un intervento di riqualificazione volto a coniugare le esigenze funzionali dettate dalla committenza con la ricerca di una nuova qualità spaziale in un ambiente preesistente fortemente connotato da una geometria stretta e lunga. L’apparente punto debole, dato dalla conformazione planimetrica, viene trasformato nel punto di forza di un progetto che mira, attraverso la creazione di un cono visivo, ad enfatizzare la profondità dell’ambiente in cui insiste.

A tal fine una successione di nastri funzionali scandiscono lo spazio perpendicolarmente alla direzione prevalente accompagnando lo sguardo del cliente entrante verso il fondo del locale, fino alla finestra che affaccia sul cortile esterno.

I tavolini rappresentano gli elementi terminali di tali “costole” le cui doghe lignee percorrono in maniera continua pareti e soffitto discostandosene solo in specifici punti per lasciare spazio a vani luce che conferiscono ulteriore enfasi all’ambiente; i 19 mm di distanza tra una doga e l’altra (tutte di larghezza costante pari a 55 cm) fanno da supporto agli elementi di arredo, sia fissi che mobili, e donano una certa flessibilità a un progetto dominato dal rigore geometrico.

Elementi architettonici indispensabili ai fini dell’articolazione spaziale, le pareti attrezzabili acquistano così un valore anche funzionale, fondamentale per la tipologia del locale.

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Il legno dei pallet come elemento unificatore

Le tre diverse sezioni del bar (desk, stand-up e dining) vengono declinate con altrettanti linguaggi spaziali, differenti per dimensioni, funzione ed ambientazione, ma uniti da un unico filo conduttore: il legno.

L’intervento è infatti quasi interamente realizzato con il legno di recupero dei bancali, circa 70, provenienti da aziende locali: una scelta emozionale, un rifiuto dello stile industriale per sottolineare la natura artigianale dei prodotti serviti ma anche un tributo all’intero territorio, alla sua economia e alla sua sensibilità nei confronti dell’ambiente.

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Trattato in modo da conservare orgogliosamente i segni del tempo, testimonianza della natura viva del materiale, ogni elemento è stato realizzato a mano da llab, in estrema coerenza con la scelta dei progettisti di essere architetti-falegnami: dopo tutto un’opera “non si realizza con le idee, ma con le mani”. (Pablo Picasso)

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Concorso “Ecoidee”: lunga vita ai rifiuti!

Quando sostenibilità e creatività si incontrano non può che nascere qualcosa di speciale. Lo sanno bene gli organizzatori del concorso “Ecoidee”, che premia i talenti creativi in grado di creare pezzi di arredamento a partire dal riciclo di oggetti di scarto.

Ad organizzare il concorso è Spazio Artèt_eco, un brand che nasce per diventare un punto di incontro tra designer ed aziende, professionisti ed istituzioni avvicinandoli attraverso la creatività, l’imprenditorialità, l’arte e l’economia. Spazio Artèt_eco è stato ideato dall’Associazione culturale Arcarte Lab Creative in collaborazione con Artèteco e con il sostegno di Fondazione CON IL SUD, il cui obiettivo primario è di formare giovani, appartenenti a fasce deboli e svantaggiate, sui temi legati alla produzione di elementi di arredo di design con l’apporto di artigiani e creativi e con l’utilizzo di materiali di scarto.

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Il contest Ecoidee, organizzato da Spazio Artèt_eco è stato definito “un concorso di idee contro un concorso di colpa” perché gli oggetti che ne deriveranno non avranno contribuito ad aumentare i rifiuti, anzi avranno aiutato a sensibilizzare alla loro riduzione.

Saranno premiati i complementi di arredo e gli accessori per la casa più originali e creativi, quelli che lascino meglio trasparire il messaggio di cui sono portatori: è importante riciclare, riutilizzare e restituire una nuova vita agli oggetti di scarto. I progetti dovranno essere funzionali e versatili, di semplice esecuzione e realizzabili a basso costo, in serie.

Nel video, un esempio di riciclo creativo a partire da un contenitore di birra di nuova generazione ed una breve intervista al Prof. Riccardo Dalisi, architetto, designer e artista, al cui nel 2014 è stato assegnato il Compasso D’Oro alla carriera.

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Partecipazione e premi

La partecipazione al concorso è gratuita e non ristretta ai professionisti del settore ma aperta a ogni appassionato.

Una giuria tecnica interna, composta da architetti e docenti universitari, selezionerà entro il 15 febbraio 2016 i lavori più interessanti dal punto di vista di originalità, innovazione e tecnica.  

Con i progettisti dei lavori selezionati verranno stipulati contratti di royalties e gli oggetti considerati realizzabili verranno messi in produzione con il marchio “Spazio Artét_eco” e presentati nel 2016 ad almeno una fiera internazionale. (Salone del Mobile – Homi).

Tutti i finalisti, verranno menzionati in un comunicato stampa che sarà inoltrato alle più importanti riviste internazionali di architettura e design, a giornalisti e a molteplici canali informativi.

Per partecipare è necessario produrre 2 tavole A3 con viste quotate del modello (un’assonometria e una tavola illustrativa con render o vista prospettica) e fornire una descrizione del progetto che includa materiali e colori proposti.

Per presentare gli elaborati occorre iscriversi al sito www.arteteco.it ed inviare le tavole all’email concorsi@arteteco.it entro la chiusura del bando, prevista per il 23 Gennaio 2016.

Per saperne di più e scaricare il bando visitare la pagina Concorsi sul sito Arteteco. 

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Concorso “Ecoidee”: lunga vita ai rifiuti!

Quando sostenibilità e creatività si incontrano non può che nascere qualcosa di speciale. Lo sanno bene gli organizzatori del concorso “Ecoidee”, che premia i talenti creativi in grado di creare pezzi di arredamento a partire dal riciclo di oggetti di scarto.

Ad organizzare il concorso è Spazio Artèt_eco, un brand che nasce per diventare un punto di incontro tra designer ed aziende, professionisti ed istituzioni avvicinandoli attraverso la creatività, l’imprenditorialità, l’arte e l’economia. Spazio Artèt_eco è stato ideato dall’Associazione culturale Arcarte Lab Creative in collaborazione con Artèteco e con il sostegno di Fondazione CON IL SUD, il cui obiettivo primario è di formare giovani, appartenenti a fasce deboli e svantaggiate, sui temi legati alla produzione di elementi di arredo di design con l’apporto di artigiani e creativi e con l’utilizzo di materiali di scarto.

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Il contest Ecoidee, organizzato da Spazio Artèt_eco è stato definito “un concorso di idee contro un concorso di colpa” perché gli oggetti che ne deriveranno non avranno contribuito ad aumentare i rifiuti, anzi avranno aiutato a sensibilizzare alla loro riduzione.

Saranno premiati i complementi di arredo e gli accessori per la casa più originali e creativi, quelli che lascino meglio trasparire il messaggio di cui sono portatori: è importante riciclare, riutilizzare e restituire una nuova vita agli oggetti di scarto. I progetti dovranno essere funzionali e versatili, di semplice esecuzione e realizzabili a basso costo, in serie.

Nel video, un esempio di riciclo creativo a partire da un contenitore di birra di nuova generazione ed una breve intervista al Prof. Riccardo Dalisi, architetto, designer e artista, al cui nel 2014 è stato assegnato il Compasso D’Oro alla carriera.

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Partecipazione e premi

La partecipazione al concorso è gratuita e non ristretta ai professionisti del settore ma aperta a ogni appassionato.

Una giuria tecnica interna, composta da architetti e docenti universitari, selezionerà entro il 15 febbraio 2016 i lavori più interessanti dal punto di vista di originalità, innovazione e tecnica.  

Con i progettisti dei lavori selezionati verranno stipulati contratti di royalties e gli oggetti considerati realizzabili verranno messi in produzione con il marchio “Spazio Artét_eco” e presentati nel 2016 ad almeno una fiera internazionale. (Salone del Mobile – Homi).

Tutti i finalisti, verranno menzionati in un comunicato stampa che sarà inoltrato alle più importanti riviste internazionali di architettura e design, a giornalisti e a molteplici canali informativi.

Per partecipare è necessario produrre 2 tavole A3 con viste quotate del modello (un’assonometria e una tavola illustrativa con render o vista prospettica) e fornire una descrizione del progetto che includa materiali e colori proposti.

Per presentare gli elaborati occorre iscriversi al sito www.arteteco.it ed inviare le tavole all’email concorsi@arteteco.it entro la chiusura del bando, prevista per il 23 Gennaio 2016.

Per saperne di più e scaricare il bando visitare la pagina Concorsi sul sito Arteteco. 

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Accessori per la persona in legno: orologi e occhiali in materiali naturali

Un materiale naturale, in grado di rendere speciale qualsiasi accessorio e far sentire un po’ speciale anche chi lo indossa. Un materiale senza età, utilizzato da sempre e sempre più apprezzato.
Il legno conquista mercato. Nell’architettura come nel design di interni e nel settore moda.

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Se in architettura il legno è utilizzato prevalentemente per la realizzazione di strutture portanti e pannelli divisori e nel designi di interni per bellissimi pavimenti naturali, finiture, mobili e accessori per la casa, nel settore della moda negli ultimi anni ha trovato grande spazio negli accessori per la persona.

Indossare un accessorio in legno è un piacere non solo per il contatto indiretto che fornisce con la natura, ma anche per la piacevolezza al tatto, la sensazione di calore che dona e la sua leggerezza. Indiscutibile poi il fascino di un materiale naturale che fa di ogni accessorio un pezzo unico. Le venature del legno e le piccole imperfezioni della sua superficie sono infatti irripetibili. 

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Per questi ed altri motivi, sono tanti i marchi di moda che hanno scelto di integrare questo splendido materiale naturale nelle proprie collezioni, progettando inserti in legno per borse, cinture e gioielli. Chi si è spinto oltre ha preferito utilizzarlo assoluto, per accessori che, al contrario contengano inserti in altri materiali come vetro e metallo.

È il caso di Zalando, che propone una collezione di orologi con struttura interamente in legno e una collezione di occhiali da sole con inserti metallici. Le essenze utilizzate vanno dal legno chiaro dell’acero a quello scuro dell’ebano, passando per le tonalità intermedie del palissandro. 

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Gli orologi da polso proposti, analogici con movimento al quarzo, hanno una linea molto semplice. Ce ne sono di unisex, da uomo o da donna, con qudranti tondi o più squadrati, bianchi o più scuri. Il vetro di zaffiro, a prova di graffio, protegge l’orologio da urti ed umidità. Il fatto che il legno sia un materiale che può essere lavorato con facilità e sottoposto a tecniche di lavorazione diverse come l’incisione, la serigrafia, la stampa a caldo, l’incisione laser, rende questi orologi particolarmente curati in ogni dettaglio. Gli occhiali da sole, particolarmente leggeri e comodi da indossare, come gli orologi rappresentano un pezzo unico, con venature e sfumature irripetibili.

Articolo sponsorizzato.

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Gioielli smog free: l’aria pulita secondo Daan Roosegaarde

Quando il designer Daan Roosegaarde uscì dalla doccia della sua stanza d’albergo a Pechino, in un lunedì d’autunno, vide dalla sua finestra l’iconica sede della China Central Television. Il giorno seguente e quello dopo ancora gli edifici della CCTV erano completamente oscurati dal pesante smog della città. Da questa esperienza nacque l’idea di incorporare quel pesante inquinamento atmosferico in un’altra delle sue sperimentazioni: Roosegaarde è infatti noto in tutto il mondo per le sue opere interattive  e i suoi progetti sociali che creano relazioni futuristiche nel rapporto umano-tecnologia-natura. Così dopo Dune, Waterlicht e Smart Highway, lo Studio Roosegaarde ed il suo team di esperti hanno creato la Smog Free Tower, “il più grande aspirapolvere del mondo” – così come lo stesso designer ha voluto definirla.

IL MATTONE IN CALCESTRUZZO POROSO CHE FILTRA L’ARIA

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La Smog Free Tower di Roosegaarde

La torre usa una tecnologia brevettata agli ioni per migliorare la qualità dell’aria nelle sue vicinanze e per produrre delle “bolle” di spazio pubblico prive di smog, permettendo alle persone di testare l’esperienza sensoriale del respirare aria pulita.

L’obiettivo del progetto non è ovviamente limitato al contesto locale ma ha orizzonti ben più ampi: l’esperienza sensoriale dell’aria fino al 75% più pura vuole essere di sensibilizzazione per le persone che la sperimentano, stimolandole ad immaginare un futuro pulito in cui essi possano diventare parte della soluzione invece che del problema, con la collaborazione ed il lavoro sinergico dei governi, delle organizzazioni non governative, del settore delle industrie clean-tech.

La prima torre Smog Free, alta circa 7 metri, è stata aperta al pubblico da Settembre, in seguito ad una campagna di fundraising, in Vierhavensstraat 52, a Rotterdam e prossimamente farà il giro del mondo, visitando anche città come Los Angeles, Città del Messico e la stessa Pechino.

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Il funzionamento della torre smog free

Dopo aver studiato, fin dai primi anni del 2000, i processi di ionizzazione e il meccanismo naturale di pulizia dell’aria dell’olivello spinoso – una pianta della famiglia delle Hippophae, capace di rimuovere dall’aria le particelle di sabbia, sale e particolato – Bob Ursem, ricercatore dell’Università di Tecnologia di Delft, ne immaginò una versione artificiale: dalla collaborazione con il team dello studio Roosegaarde e con European Nano Solution è poi nata la Smog Free Tower.

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L’aria viene aspirata all’interno della torre da un sistema di aspirazione radiale posto nella parte alta ed entra in un comparto interno nel quale le particelle più piccole di 15 micrometri vengono ionizzate – gli atomi o le molecole rimangono carichi positivamente. Come trucioli di ferro attirati da una calamita le particelle cariche vengono attratte da un elettrodo posto nella parte bassa dello stesso comparto. Dopo essere stata privata di polveri sottili e particolato all’interno l’aria pulita viene pompata all’esterno da aperture situate nella parte bassa della torre. Il funzionamento della torre è garantito da un impianto microeolico ed essa, utilizzando grossomodo la stessa quantità di energia elettrica di uno scaldabagno, è in grado di pulire circa 30000 metri cubi d’aria l’ora senza produrre ozono.

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I gioielli Smog Free

Per concretizzare il lavoro della macchina e rendere il problema dello smog più tangibile, lo studio Roosegaarde ha poi ideato qualcosa di estremamente rappresentativo: con il particolato ottenuto come sottoprodotto della pulizia dell’aria da parte del macchinario, vengono creati dei gioielli Smog Free, un anello o dei gemelli rispettivamente per donne e per uomini. Le particelle di carbonio vengono compresse e sigillate in un cubetto di resina che racchiude 1000 metri cubi di aria pulita: un gioiello che ci si augura sia davvero “per sempre!”.

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I LED per l’illuminazione di interni

Dalla lampadina ad incandescenza ai diodi ad emissione di luce, comunemente conosciuti come LED, l’innovazione tecnologica nel campo dell’illuminazione ha fatto passi da gigante. La lampadina ad incandescenza, inventata da Edison nel 1878, sebbene abbia dominato il settore dell’illuminazione per oltre un secolo, da qualche anno non è più sul mercato (fatta eccezione per quelle destinate ad usi specifici, tipo gli elettrodomestici). Il motivo della dismissione di queste lampadine così tanto diffuse in passato eppure così poco efficienti, è da ricercare nelle necessità di risparmio energetico e in un costante sviluppo della ricerca tecnologica in direzione “green”. Le lampadine ad incandescenza infatti, hanno un rendimento bassissimo. Sono state quindi soppiantate da lampade fluorescente e, ovviamente, dai LED.

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I VANTAGGI DEI LED PER L’ILLUMINAZIONE DI INTERNI

Inventati nel 1962, non sono più giovanissimi, eppure I LED, “Light Emitting Diods” (letteralmente diodi che emettono luce), evolutisi molto nel tempo, sono praticamente imbattibili in termini di efficienza: a parità di luce emessa consentono di risparmiare fino al 90% di elettricità rispetto alle tradizionali lampadine.

Visti questi significativi vantaggi in termini energetici, non è difficile immaginare come mai le lampade LED, i cui prezzi sono ormai quasi allineati a quelli delle lampade fluorescenti, si stiano diffondendo così tanto sul mercato, nell’illuminazione di interni come nel settore commerciale, negli uffici così come nelle industrie.

Oltre al fatto che consentono un significativo risparmio energetico, le lampde a LED sono consigliabili per l’illuminazione di interni anche per altri motivi.

– la durata: le lampade a LED sono in grado di durare fino a circa 50 mila ore, che corrispondono a 6 anni in cui la lampada è rimasta accesa 24 ore su 24. In realtà le lampade LED, dopo circa 50 mila ore di funzionamento non smettono di funzionare, solo iniziano ad emettere meno luce rispetto a quella iniziale. Qualora ciò non crei fastidi, le lampade possono essere utilizzate anche per il doppio del tempo, fino a 100 mila ore, altrimenti sostituite. Inoltre, il funzionamento delle lampade a LED non dipende dal numero di accensioni e spegnimenti, il che le rende ideali per l’ambiente domestico, in cui raramente le lampade restano accese per intere giornate senza essere mai spente (come avviene in uffici, industrie…).

la produzione di calore: sebbene questo aspetto faccia pensare solo all’efficienza della lampada (se non produce calore sfrutta più efficientemente l’energia ricevuta), quello della mancata produzione di calore delle lampade a LED è un aspetto importantissimo nell’illuminazione di interni perché consente di collocarle a contatto con materiali come legno, plastica ed altre superfici che potrebbero andare danneggiate con il calore.

la regolazione della luminosità: le lampade a LED possono essere accoppiate a dimmer, i regolatori di luminosità e quindi essere utilizzate in ambienti in cui non sempre è desiderato lo stesso livello di luminosità. La regolabilità dell’intensità di luce rende le lampade LED compatibili anche con i sistemi domotici, con cui si possono impostare delle “scene di luce”, ottenibili anche con i LED.

creatività e design: i LED possono essere realizzati in qualsiasi colore, incluso il bianco, consentendo la creazione di atmosfere personalizzate. La luce dei LED è ben direzionabile, il che consente di far risaltare una specifica zona, dare rilievo ad un quadro o illuminare la poltrona su cui ci si siede a leggere, senza causare alcuno sfarfallio di luce.

LAMPADE LED, STAMPA 3D E BIOPLASTICA

Questa serie di vantaggi nell’utilizzo dei LED ha convinto i designer a sbizzarrirsi con creazioni utili ed originali.

LEDbyLED, un brand italiano che progetta e realizza artigianalmente lampade di design, per la produzione delle sue lampade ha unito la convenienza dei LED alla stampa 3D effettuata utilizzando un materiale sostenibile ed un processo produttivo completamente rispettoso dell’ambiente.

Le lampade di LEDbyLED sono prodotte dalla stampa 3D utilizzando un filamento di PLA. Il PLA è un acido polilattico, una molecola ottenuta dalla fermentazione, separazione e polimerizzazione dell’amido di mais. Si ottiene quindi una speciale bioplastica, naturale, facilmente smaltibile e con un’ottima trasparenza, che perfettamente si adatta all’utilizzo come involucro per le lampade della collezione LEDbyLED. 

caption: Silva

caption: Gea

caption: Gemina

caption: Pyra

Nella produzione delle sue lampade, LEDbyLED non impatta sull’ambiente: l’anidride carbonica immessa durante il processo produttivo è bilanciata dall’assorbimento della CO2 che la pianta del mais, durante la crescita, assorbe con la fotosintesi clorofilliana. L’intero ciclo di vita di queste lampade può definirsi sostenibile: oltre alla produzione che compensa le emissioni e l’utilizzo, durante il quale i LED consumano pochissima energia, queste lampade sono facilmente smaltibili. Il PLA infatti è totalmente biodegradabile e compostabile.

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L’evoluzione degli arredi in legno attraverso la storia degli incastri

Gli incastri sono quei giunti in cui due elementi si collegano tra loro in modo tale che la sporgenza dell’uno possa inserirsi nella cavità dell’altro. Ne esistono di semplici ed estremamente complessi, a seconda del legno da utilizzare e della funzione dell’oggetto che si sta realizzando. 

In copertina: Il porta riviste in multistrato di betulla.

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STORIA ED ORIGINE DEGLI INCASTRI DI LEGNO PER GLI ARREDI

L’arte degli incastri ha attraversato in Italia momenti di grande fioritura, specialmente quando si è espressa come sintesi della creatività di artisti emergenti e le capacità manuali degli abili maestri artigiani. 
In realtà all’inizio del Medioevo i mobili erano molto massicci, lontani dall’essere elaboratamente assemblati: erano costituiti per lo più da assi di legno, blocchi monolitici da collocare dove servisse. Le credenze e gli armadi erano costituiti da semplici assi, le tavole si reggevano, grazie al loro stesso peso, su trespoli. 
I falegnami come li intendiamo oggi nacquero solo dopo, quando furono inventati gli incastri, che consentivano di unire tra loro diversi pezzi a formare oggetti di mobilio più complessi e gradevoli.  
La tecnica di lavorazione del legno tramite incastri si diffuse in Italia grazie all’esperienza ereditata dai falegnami romani che avevano realizzato con il legno opere notevoli come la cattedra di Massimiano a Ravenna e, tra gli altri, un armadietto con cassetti conservato in Vaticano.

(Storia d’Italia e d’Europa. L’Europa barbara e feudale F.Burgarella, S.Chierici, R.Fontaine, M.Guidetti, G.Penco, P.P.Pggio, M.Rouche JACA BOOK)

caption: Cassettiera in multistrato di betulla.

La tecnica dell’incastro è una tradizione molto sentita anche in Giappone, dove il “sashimono“, letteralmente “cose unite”, sin dal periodo Edo (1603-1868) è considerato un modo efficace di assemblare elementi lignei che compongono abitazioni e mobili. Il Sashimono ha dato vita a pezzi di falegnameria non solo perfettamente solidi e funzionali, ma anche estremamente affascinanti. In un’ottica molto moderna, all’epoca dei samurai i mobili dismessi venivano smontati e riutilizzati per altri scopi. 

Quando la tecnologia non era ancora così diffusa e prima dell’avvento delle macchine a controllo numerico, quello dei falegnami era un mestiere la cui importanza era ampiamente riconosciuta. Le macchine a controllo numerico, in grado di operare autonomamente senza l’intervento umano, hanno sempre più messo da parte gli artigiani del legno

caption: Sedia, scrivania con porta computer e lampada.

Con l’avvento della tecnologia infatti, abbassandosi il costo dei manufatti, si sono diffusi sistemi di assemblaggio meccanico e chimico che hanno sostituito il laborioso e creativo lavoro manuale dei falegnami, in grado di realizzare incastri complessi come l’intarsio ed efficientissimi come la nuova linea di Eco arredi RIR.

Oggi il taglio laser ha riportato in voga gli incastri: e la creativita Italiana, la precisione del disegno tecnico e l’affidabilità  delle macchine laser nell’effettuare tagli precisissimi, è tale che, qualsiasi sia la sagoma programmata, la macchina sia in grado di ricrearla, facendo in modo che le due parti da incastrare combacino perfettamente tra loro.

IL TECNICO DEL LEGNO

Per saperne di più su questa tecnica  abbiamo coinvolto Mariano ex falegname e fondatore del marchio RIR, una realtà artigiana che opera nel settore degli arredi in legno e particolarmente attenta alle tematiche di sostenibilità e ambiente. In merito al taglio laser per la lavorazione del legno, Il Tecnico del Legno ci spiega che è da considerarsi come un’evoluzione sostenibile del modo di arredare

anche perché con il taglio laser si evitano alcune lavorazioni classiche fatte con il pantografo o le macchine utensili tradizionali evitando cosi di usare frese e utensili che dovrebbero essere prodotti e poi affilati usando liquidi di raffreddamento e oli emulsionabili non sempre semplici da smaltire.

Ne abbiamo quindi approfittato per sapere di più sulla lavorazione del legno per gli arredi in generale.

La linea di Eco Arredi progettata e distribuita con il marchio  RIR è realizzata con pannelli di multistrato di betulla. Questo legno, proveniente da foreste auto gestite e certificato FSC in classe E1, è tra i multistrati più pregiati ed uniformi  particolarmente resistente perché gli strati del legno dei pannelli sono disposti in maniera incrociata.

Una volta pronti i pannelli, vengono tagliati con il laser, rifilati per evitare scheggiature e armonizzare le forme e assemblati.

Abbracciare la cultura del consumismo non significa necessariamente abbandonare le tradizioni costruttive storiche e per fortuna ci sono realtà italiane che ancora lo dimostrano. 

caption: Cubotti: porta oggetti in pannelli multistrato di betulla.

caption: Porta PC in legno multistrato di betulla.

Le foto ritraggono le creazioni del marchio RIR progettate e realizzate da Il Tecnico del Legno.

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La sostenibilità degli arredi in cartone

Il cartone: un materiale povero e semplicissimo con impensabili caratteristiche che lo rendono un buon alleato di architetti e designer. Diversi architetti lo hanno utilizzato per la realizzazione di padiglioni espositivi più o meno grandi, ma c’è chi ha osato di più: l’architetto giapponese Shigeru Ban, vincitore del premio Pritzker Prize 2014, ha utilizzato il cartone per costruire interi edifici, chiese e perfino ponti. Famoso è il suo progetto della chiesa in cartone per la città di Christchurch, in Nuova Zelanda, in cui il terremoto del 2011 aveva distrutto la storica cattedrale gotica. Ban interviene in questa città con una cattedrale in cartone che nella grande facciata frontale, in cui sono inseriti vetri triangolari di diversi colori, richiama le classiche vetrate gotiche.

Dopo il 1972, anno in cui Frank O. Gehry progettò per Vitra la famosa Wiggle Chair, l’utilizzo del cartone si è diffuso in architettura come nel design,  un mercato in cui le caratteristiche di sostenibilità dei prodotti hanno sempre più valore. 

Le caratteristiche degli arredi in cartone

Versatili, leggeri, riciclabili, gli arredi in cartone si sono fatti largo in brevissimo tempo. E’ difficile resistere a piccoli pezzi di design progettati con una logica essenziale per essere piegati su se stessi, trasportati con facilità e poi rimontati all’occorrenza. Ne analizziamo le caratteristiche

Caratteristiche fisiche e meccaniche

Uno dei falsi miti più diffusi è quello della scarsa resistenza degli arredi in cartone: i fogli di cartone ondulato, affiancati l’uno all’altro o incastrati e piegati seguendo i precisi disegni di un designer possono comporre sedie, tavoli, librerie e non solo. Data la loro resistenza, soprende scoprire quanto siano leggeri. Questa loro caratteristica li rende perfetti per il trasporto (stand ed arredi per fiere o esibizioni) ma anche per modificare ogni settimana la disposizione dei mobili del soggiorno! 

Caratteristiche di sostenibilità

Non è difficile immaginare che i mobili in cartone siano sostenibili. Non solo per la loro riciclabilità e perché possono essere ottenuti da cartoni derivati dal riciclo della carta, ma anche perché non contengono collanti e altre sostanze nocive: si assemblano infatti con affascinanti incastri a vista o sono realizzati con un unico foglio di cartone piegato da modellare per ottenere l’oggetto desiderato. 

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Cartone. Ma quale?

C’è cartone e cartone, noi preferiamo quello riciclato e riciclabile. Per fare chiarezza sull’argomento abbiamo interpellato l’architetto Pierpaolo Giannuzzi e il direttore amministrativo Jessica Ferro della 99.NINE, società specializzata nella progettazione e realizzazione di strutture modulari e arredi (riciclati e riciclabili) costituiti interamente da cartone da imballo e per alimenti. “Tutti i prodotti vengono realizzati in falegnameria trasformando ciò che è destinato allo smaltimento in qualcosa di utile” – spiegano Pierpaolo e Jessica – “In questo modo non solo sosteniamo l’artigianato italiano, ma offriamo anche un prodotto ecologico, che crediamo contribuisca a tutelare il nostro più grande tesoro: La Terra”.

Per la realizzazione di arredi in cartone, alla 99.NINE si usano solo Paperstone e Yekapan.

  • Paperstone è un materiale ottenuto dal riciclo della carta. E’ costituito infatti soltanto da carta riciclata (del tipo classico, che si utilizza in tutti gli uffici), il cui impasto fibroso è tenuto saldamente insieme da resine e oli naturali derivati dai gusci degli anacardi. Il Paperstone sfida ogni pregiudizio sulla resistenza all’acqua e al fuoco del cartone: gli oggetti in carta Paperstone, grazie al trattamento superficiale con oli naturali, sono resistenti al fuoco e possono essere addirittura lavati in lavastoviglie.
  • Yekpan è riciclato proprio come il primo, ma la materia da cui deriva non è la carta da ufficio, bensì sono i cartoni alimentari riciclati che, sottoposti ad alte temperature, danno luogo a pannelli solidi e batteriologicamente puri. 

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Circo: la lavastoviglie che non consuma elettricità

Spesso ci chiediamo se è più conveniente lavare i piatti a mano o in lavastoviglie. Certamente i nuovi modelli Energy Star lavano in modo efficiente, utilizzando da due a quattro litri di acqua mentre, se laviamo i piatti manualmente, non riusciremmo a usare meno di due litri al minuto e sicuramente consumeremmo una dose molto più elevata di detersivo.

In un futuro molto prossimo le cose potrebbero cambiare decisamente in meglio, grazie a un nuovo tipo di lavastoviglie a manovella, totalmente trasparente che non consuma elettricità e si pone al primo posto nella famiglia degli ecoelettrodomestici.

Si tratta di Circo Independent, il prototipo di lavastoviglie ideato dal designer Chen Levin che iniziò a progettare quest’apparecchio nel 2014, come parte di un progetto universitario e che ora, dopo aver realizzato il prototipo, cerca finanziamenti per la produzione e la commercializzazione.

LA LAVATRICE CHE CONSUMA SOLO ACQUA

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LAVASTOVIGLIE: ECOEFFICIENZA DA RECORD

Le sue qualità vincenti sono:

  • il ridotto consumo di acqua, solo 700 ml per lavare un servizio completo per due persone;
  • il tempo brevissimo di lavaggio, un minuto soltanto;
  • una dose minima di detersivo;
  • zero uso di energia elettrica;
  • il minimo ingombro.

Senza rinunciare alla comodità di un elettrodomestico.

COME FUNZIONA CIRCO INDEPENDENT

In pratica basta aprire il vassoio posto in basso, inserire una pastiglia di acetato di sodio che scalda l’acqua senza corrente (l’acetato di sodio non è altro che una combinazione tra bicarbonato di sodio e acido acetico contenuto nell’aceto), riempire il serbatoio con l’acqua direttamente dal rubinetto e aggiungere una piccola quantità di detersivo. Inserite le stoviglie, si ruota la manovella energicamente per un minuto e il gioco è fatto. Terminato il lavaggio, si apre lo sportello e si fanno asciugare i piatti all’aria.

Circo è di piccole dimensioni, perciò è pensato per chi non ha molto spazio e, quando non serve, si può spostare altrove per utilizzare i ripiani della cucina.

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Pachuca: la città più colorata al mondo

Nella città di Pachuca, in Messico, nel quartiere Las Palmitas l’arcobaleno non svanisce dopo il temporale. Grazie a una iniziativa promossa dal governo locale e in collaborazione con il collettivo di artisti Germen Crew, Las Palmitas, è stata interessata da un poderoso (e colorato) lavoro di Street art che ha coinvolto 209 abitazioni e 452 famiglie, e che ha trasformato sia visivamente sia socialmente questa zona degradata della città.

Infatti, dove prima le case grigie e le vie tortuose, deserte al calar del sole, incutevano paura agli abitanti, oggi la vita è tornata ad animare quei luoghi e il timore di uscire è svanito favorendo la collaborazione e il consolidamento della comunità locale.

LA CITTÀ ROSA: TOLOSA E I SUOI EDIFICI COLORATI

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Pachuca: la città più colorata al mondo 

Ci sono voluti 14 mesi e ventimila litri di vernice per concretizzare il progetto di decorazione delle case. Larghe fasce sinuose e figure geometriche dai colori accesi costituiscono lo sfondo su cui sono stati poi disegnati persone, grandi fiori e oggetti di vario tipo. In questo modo passeggiando per le vie si possono ammirare i singoli lavori degli artisti, mentre da lontano la collina su cui sorge il quartiere appare come un gigantesco arcobaleno costituito da 1.500 metriquadrati di murales.

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Il lavoro del collettivo artistico non è consistito semplicemente nella realizzazione materiale dell’opera. Infatti, ha lavorato attivamente per convincere le famiglie a dare il permesso ad intervenire sulle proprie abitazioni bussando a ogni porta e parlando con tutti. Prima di applicare il colore alle pareti è stato necessario imbiancare ogni singolo edificio sia per una questione tecnica, sia per trasmettere il messaggio che tutti i residenti sono uguali indipendentemente dalle condizioni economiche.

Nonostante le difficoltà e la fatica per la messa in opere di un progetto così esteso, il governo e Germen Crew vorrebbero intraprendere lo stesso percorso anche in altre zone della città visto il successo riscontrato soprattutto a livello sociale e il prossimo quartiere interessato dovrebbe essere Cubitos.

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